Manifesto alla Nazione (1994)
Nel momento in cui il Parlamento si appresta ad inaugurare la nuova legislatura, e dare inizio, dopo la riforma elettorale, alla Seconda Repubblica, è più che mai opportuno richiamare l’ammonimento di Giustino Fortunato:“… L’avvenire d’Italia è tutto nel Mezzogiorno; il Mezzogiorno, sappiatelo pure, sarà la fortuna o la sciagura d’Italia…”. Come ai tempi di Giustino Fortunato, e nonostante la politica d’intervento straordinario seguita dai Governi repubblicani a partire dagli anni Cinquanta, il Mezzogiorno attraversa ora un momento forse tra i più difficili della sua storia recente. La disoccupazione ha toccato livelli ignoti a gran parte dell’Europa e dell’Italia. Il problema riguarda sia gli adulti che i giovani. Di fronte ad un tasso di disoccupazione che si aggira in Italia, secondo i dati Istat, sull’11-12%, nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione supera in più regioni il 20%, ed in alcune città addirittura il 30%. In base alle rilevazioni Istat, su oltre due milioni e mezzo di disoccupati esistenti in Italia se ne conterebbero tre quarti nel solo Mezzogiorno, e di questi oltre un milione sarebbero in cerca della prima occupazione. Questa armata del lavoro, costituita in grandissima maggioranza da giovani in età compresa tra i 14 ed i 29 anni, e formata per circa un milione da giovani muniti di un diploma di scuola media superiore o di laurea, è stata ulteriormente umiliata dal processo di deindustrializzazione in atto, conseguenza in gran parte della crisi economica in svolgimento, ed in parte degli errori della stessa politica meridionalista. Richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica su questa drammatica situazione che, in taluni disperati casi, offre terreno fertile al sorgere di pericolosi e deplorevoli fenomeni di devianza sociale, non si intende invocare nessuna forma di assistenza. Si ritiene, anzi, che alcune forme di politica assistenzialistica seguita dai Governi della Repubblica, specie negli ultimi venti anni, più che a stimolare hanno contribuito a distogliere energie da un sano ed autonomo processo di sviluppo economico. Per ridare al Mezzogiorno speranze, assicurando uno sbocco alle attese delle centinaia di migliaia di disoccupati, ed al tempo stesso rimuovere le cause di arretratezza che rendono gli investimenti nel Mezzogiorno meno produttivi che altrove, si richiede di procedere, da un lato, alla creazione di quelle infrastrutture la cui mancanza continua ad ostacolare la libera crescita dell’economia locale; e, dall’altro, alla elaborazione di politiche di crescita civile delle popolazioni meridionali in vista della loro acquisizione, a livello di massa e non più solo di limitate elite, di atteggiamenti ed orientamenti più coerenti con i sistemi di valori dominanti nella società contemporanea. Si tratta di una politica mirante ad una strategia territoriale di potenziamento e riorganizzazione della rete urbana e del territorio meridionale. E cioè alla integrazione, come funzioni e come sistema di collegamenti, del Mezzogiorno nello spazio economico nazionale ed europeo, rafforzando nelle grandi aree meridionali la presenza delle attività dell’istruzione, della cultura e dell’innovazione, dello scambio internazionale e degli altri servizi di importanza nazionale ed europea; e, nel sistema urbano minore, connesso per altro a quello maggiore da una rete diffusiva a maglia, il trasferimento di attività e funzioni debitamente integrate dai centri maggiori verso i rispettivi hinterland. Intrecciato al sistema insediativo urbano si ritiene si debba provvedere alla creazione di servizi e nuove attività nelle aree marginali, per il mantenimento del presidio umano sul territorio. Si reputa indispensabile, sia nel breve che nel medio-lungo periodo, la ripresa dell’industrializzazione meridionale, che dovrà poggiare tuttavia meno sulla grande industria di Stato e più sull’imprenditoria privata, specie quella piccola e media. Lo sviluppo industriale auspicato dovrà operare in modo da allargare le frontiere produttive e di mercato in senso settoriale e spaziale. E perché questo venga agevolato, vanno ridotti al minimo quegli incentivi che si traducono nella concessione di capitali a fondo perduto, privilegiando invece gli incentivi provenienti da servizi reali alle imprese. Il rilancio dello sviluppo industriale deve essere accompagnato da: 1) efficaci interventi di ordine pubblico, per contenere la piaga della microcriminalità e della malavita organizzata, traendo vantaggio dagli indubbi progressi recentemente realizzati. Il recupero della legalità in quanto valore diffuso contribuirebbe a creare la precondizione per la promozione dell’imprenditorialità; 2) un incisivo rinnovamento della Pubblica Amministrazione sia nelle procedure d’intervento, per renderle compatibili con la tempestività richiesta dalle esigenze delle aziende che operano sul mercato, privilegiando, tutte le volte che è possibile, le forme di automatismo regolamentare; sia nell’incorporazione, al suo interno, in forma organica flessibile, di tutte le capacità che possano sostenere l’iniziativa professionale, riducendo così l’attuale preponderante suo ruolo di mera attività di controllo e sanzionatoria; 3) una riforma della finanza che consenta la crescita dell’autogestione e delle responsabilità locali; 4) una seria pianificazione territoriale per la valorizzazione delle risorse ambientali, storiche e paesaggistiche; 5) un maggiore incentivo alla ricerca scientifica e tecnologica, che si aggira attualmente nel Sud, considerando sia le Università che gli Enti pubblici e privati di ricerca, soltanto intorno all’8% di quella nazionale; 6) una riforma dei consorzi e delle cooperative capace di favorire le forme partecipative dei lavoratori nelle imprese: il che assumerebbe rilievo non solo per lo sviluppo economico, ma anche per quello civile; 7) un adeguato riordinamento degli enti di programmazione e di gestione delle risorse naturali ed ambientali, promovendo per le prime agenzie ad hoc come, per esempio, un ente interregionale per la gestione delle acque, e per le seconde aree ambientali protette sia costiere che interne, da considerare come catalizzatori della qualità ambientale complessiva del territorio meridionale. Detta qualità dell’ambiente meridionale assume significato strategico sia per la localizzazione di iniziative industriali avanzate, come quelle che si basano sui parchi tecnologici, sia per l’incentivazione ed il sostegno di forme qualificate ed innovative di turismo, settore di particolare rilevanza sotto il profilo economico per l’intero Mezzogiorno. Gli obiettivi elencati non possono conseguirsi che con politiche a breve e medio termine, ma ciò che va sottolineato è che le une non possono concepirsi ed applicarsi indipendentemente dalle altre; esse vanno strettamente legate e coordinate non solo tra loro e sul piano nazionale, ma anche nei riguardi delle politiche comunitarie. Nel presentare questo manifesto al Paese, e nella convinzione che sia opportuno disporre di una sede di discussione, di ricerca, di approfondimento, ma anche di iniziativa e di impegno operativo diretto, i suoi estensori (appartenuti al mondo della ricerca, dell’imprenditoria, dell’alta burocrazia e delle professioni) hanno deciso di confluire nell’A.PRO.M., Associazione nazionale per il Progresso del Mezzogiorno.